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La crisi di Q.

(racconto per il blog)

Una mattina di ottobre in cui piove, Q. decide di uscire. Non lo fa da trentuno giorni, dall’ultima volta in cui è andato a comprare il suo prosciutto preferito. Da quel dì, ha evitato di farsi vedere in giro. Suo figlio Massimo, un bancario che non parla quasi per nulla, non si spiega mai le vicende del padre e le liquida con il solito «Che vuoi che ne capisca di te?». Per questo motivo, Q. si ripete che solo se stesso è in grado di capirsi.

La mattina di settembre di trentuno giorni prima stette via parecchio. Uscì verso le nove, dopo aver preso il caffè. Mise il cappello grigio, una coppola che lasciava all’ingresso. La sua domestica Maria, mentre rimetteva in ordine i tappeti, lo salutò dal salone. – Signor Q., – disse. – Pranza a casa o va da suo figlio?

Q. scrollò le spalle. – Max ha detto che oggi deve andare a comprare un cane.

– Un cane?

– Uno di quelli bassi; ce l’ha la donna vicino alla portineria, però rompe le scatole per la pipì dei cani degli altri.

Q. prese le chiavi. Uscì senza salutare. La pioggia batteva, su Bologna. Odiava gli ombrelli, ma quel giorno ne trovò uno azzurro proprio sul pianerottolo e decise di portarlo. S’incamminò verso l’alimentari. Non vide nessuno di conosciuto. Davanti al negozio, chiuse l’ombrello ed entrò.

– Signore! – fece il salumiere.

– Come va?

– Stasera c’è la partita.

– Ne sono felice.

– Il suo prosciutto?

– Vorrei anche un panino.

L’uomo incartò, dopo aver tagliato il prosciutto con precisione; poi Q. pagò alla cassa e uscì. Fuori c’era seduto un bassotto.

– Che ci fai qui, solo? – disse Q.

Il bassotto lo guardò, si mise a terra.

– Di chi è questo?

Il salumiere uscì per capire cosa stesse succedendo e disse: – Non lo so.

– Prima non c’era.

– L’ho cacciato mezz’ora fa. Stava con un uomo che è entrato per una bottiglietta d’acqua –. Il salumiere asciugò le mani sul grembiule.

– L’ha lasciato?

– Così pare.

– Devi accudirlo.

– Lei scherza sempre!

– Dove possiamo ritrovare il padrone?

– Parlava al telefono di un museo vicino.

– Ce ne sono parecchi…

– Ah, non lo so…

Q. aprì l’ombrello e si spostò un paio di metri. Chiamò il cane. Il bassotto prima si alzò da terra con diffidenza, poi decise di seguirlo.

– Oggi non faccio un pranzo serio per colpa del tuo collega.

Il museo più vicino era a due parallele. Q. e il bassotto passeggiarono di buona lena. All’ingresso c’era una scolaresca.

“Chissà se un cane può entrare in un museo?” Q. decise di chiedere al custode.

– Che ci fa a passeggio con il mio cane? – si sentì dire, da un uomo alto e magro.

Il rumore delle voci dei ragazzi copriva le sue parole.

– Ci possiamo spostare? – disse Q.

Si avviarono verso la strada, con il bassotto che li seguiva.

– L’ho trovato davanti all’alimentari. Ma dico, come si riesce a perdere un cane?

– Non l’ho mica perso, – disse l’uomo.

– Ah no? Come mai gliel’ho dovuto riportare?

– È libero, ha deciso di perdersi.

Q. guardò il bassotto come per chiedergli che strano padrone avesse. – Le pare un discorso sensato?

– Non sa quanto è importante questa giornata per me.

– Poteva uscire senza di lui.

La pioggia continuava a battere sottile.

– La mostra è finita. Ci può riaccompagnare a casa? – disse l’uomo.

Q. ci pensò. Non voleva aiutarlo, ma era curioso di natura.

– Va bene.

– È davvero gentile.

– Posso farle una domanda?

– Penso di sì.

– Mi racconta cosa c’è di così importante da dimenticarsi un cane?

– Posso sapere il suo nome?

– Tizio, mi chiami in questo modo.

– Vengo dal museo.

S’incamminarono sotto la pioggia, l’uomo s’infilò sotto l’ombrello.

– Per me quella mostra era molto importante, l’aspettavo da un anno.

– Era del suo autore preferito?

– Di più.

– Ha visto qualche bella opera…

– Ho visto la mia opera. Sono io l’artista.

– Me la descriva.

– È un letto, con un buco circolare in mezzo alla rete.

– Un buon motivo per essere soprappensiero.

– È una specie di attrezzo da manicomio.

– È per questo che le è caro?

– Non scherzi, quell’opera mi ricorda la volta in cui rimasi a letto quasi un mese.

Q. tornò serio. – Perché?

– Mi venne in mente di farlo vedendo una foto su una rivista.

– Ma per quale motivo una persona dovrebbe rimanere a letto un mese?

– Perché vuole –. L’uomo mise le mani in tasca.

– Io vorrei fare tante cose, ma non le faccio.

– Si è mai chiesto chi si accorge di lei in trentuno giorni di vita?

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