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Storia di un altro

(racconto per il blog)

Sul pavimento c’erano delle mosche morte. Il maresciallo suonava il campanello con un tocco da uomo sicuro di sé. La donna delle pulizie: – Non apre non risponde ho sentito un colpo vi prego! –. Il maresciallo entrò in casa. Si sentì distintamente il rumore dei tacchi. Doveva avere le scarpe usate ai battesimi, tirate a lucido forse per l’occasione che mi ero sparato. – Dov’è? – E la donna delle pulizie sibilò qualcosa. Gli agenti si scagliarono contro la porta. Da dentro sentii il rumore della manica di una giacca che urtava contro il legno. Iniziò il ritmo serrato delle spallate. Il maresciallo chiamò i vigili del fuoco. Nello studio i secondi passavano; con la luce flebile di dicembre che si schiantava sui libri, facevano angolo nella grande biblioteca, fermi; echeggiava solo il rumore di una candela sul tavolo, sotto a un piattino d’argento; io non l’avevo mai accesa, mi ero riproposto di farlo per ognuno dei mesi nell’appartamento della signora, una padrona di casa ineccepibile, ma non c’ero riuscito. La donna delle pulizie urlava, diceva frasi strane nella sua lingua, che non riesco a riprodurre nemmeno nella mia mente di morto, e avevano giurato sarebbe stata infallibile. Si affievoliva la luce. Ai miei occhi diventava un raggio. Uno. Così sembrò essere la storia di un altro. Socchiusi le palpebre. L’immagine a un certo punto decise di restringersi. Tornai vigile dopo una spallata più forte. Il maresciallo disse a qualcuno: – Togliti, non c’è tempo! –. Iniziava a tornarmi in mente il motivo per cui ero andato nello studio. Non avevo intenzione di spararmi. Volevo vedere se la pistola fosse ancora nella scrivania. Ero in vestaglia. La mattina del sabato ero solito mettermi a leggere. Avrei voluto farlo più tardi, dopo la colazione. Stavo seduto sulla poltrona di tessuto, la polvere veleggiava nell’aria. Avevo finito tutti i romanzi che mi ero ripromesso di capire, così la mia attenzione era andata su uno strano testo. Il romanzo pareva essere un dialogo con se stesso fatto a posteriori; sarebbe stato fantastico credere che ogni esperienza facesse parte di qualcosa in scrittura, con una revisione finale. A pagina dieci avevo chiuso gli occhi, quando il protagonista dice di essere finito per un giorno dentro al suo cervello. Anni prima avevo sentito la paura delle notti in cui al paese pioveva forte e c’era la sensazione che il mare mi affogasse in camera.

Aperti gli occhi, ero andato a controllare la pistola. Mi ero sparato in pancia, mentre non sapevo se le viscere sarebbero uscite come in quel romanzo. Dell’ultima e prima volta che avevo scelto di essere morto ne ricordo il sangue. Fluiva sulle screpolature del pavimento, poi cresceva l’onda, che si allargava sul marmo, immaginavo fosse sempre più scura fino a diventare nera. Il maresciallo aprì la porta. Urlò, «Presto un’ambulanza!». Iniziai a guardarlo. Mi sembrava avesse i baffi, come dicevano li avesse mio padre. Mio padre non lo avevo mai visto, solo nelle foto sbiadite conservate nei cassetti, pistole cariche: sogni di eroi. La solitudine scompare nei momenti in cui arriva l’immagine, perciò descrivere altro è inutile. Bisogna mostrare le strade che scendono e salgono sulle vie della mente, che non le trovi più se vuoi cercarle. Il vento scompiglia i capelli, s’insinua il freddo, mentre a fatica mantieni il volante dell’auto. Le luci intorno si spengono al tuo passaggio, intanto metti la marcia. Con un colpo avresti voglia di staccare lo specchietto retrovisore. I cespugli di fianco sbattono; la strada si fa sempre più piccola, fino a diventare un sentiero. Ti perdi, pensando alla cosa che sognavi e non potevi avere, per colpa della logica, sempre lei. Un aereo vuole scendere. Prova ad abbassarsi. Ti sfiora. Risale. Intorno appaiono le lucciole, volano a migliaia. La via si rabbuia anche davanti. I tuoi fari reggono. Li controllo, per paura di non averli accesi bene, ma oltre non vanno. Una curva sposta la polvere, che sale sulle narici, la sento sul pavimento. Il sangue inizia a uscire da sotto i cespugli, invade la strada in piccoli rivoli. Scende ancora l’aereo, abbassi la testa. Si posa a terra. Il freno non c’è. Non importa. L’inquadratura arriva fino a una nuvola. I fari appena si vedono. Le luci del velivolo spiccano. Il rumore è sottile e lento.

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