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Il paese di Torti

(il racconto Il paese di Torti è uscito in libreria nel 2017, nell’antologia di Historica dedicata agli scrittori abruzzesi e molisani)

Scendevo le scale della torre. Fermai la discesa.

– Luigi, tua madre ha detto che dobbiamo andare in terrazza.

Il belvedere del paese di Torti era un cumulo di voci bianche, che si estendeva da un lato all’altro della piazza scorgendo il mare. I bambini erano vestiti a festa. Il parroco apriva le mani fissando il cielo e poi la folla, al ritmo forsennato delle parole della Pasqua, che per lui erano una specie «di libertà, di santità».

Io guardavo.

– Dobbiamo, – ripeté Raffaello. Mio cugino aveva il naso grande, con le narici lunghe, aquilino. Aveva uno strano modo di respirare. Faceva un fischio.

– Arrivo, tra un po’.

Continuò a scendere. Mi affacciai meglio alla finestra di pietra. Mi ero fermato per cercare Matilde. Eravamo stati compagni alle scuole. Con lei avevo esplorato ciò che potevo capire della mia terra: il paese, le campagne, la piccola cittadina accanto a una decina di chilometri. Avevamo fatto un viaggio nel nostro mondo con gradualità. L’avevo incontrata venticinque anni prima, un altro giorno di Pasqua. La sua famiglia si era trasferita a Torti da poche settimane. Il padre lavorava i pellami, e dalle nostre parti c’erano molte ditte che facevano borse, scarpe, cinte. Infatti li avevo sempre odiati i pellami, così ogni volta che ne dovevo comprare uno andavo su tutte le furie e mi nascondevo in giardino. C’eravamo conosciuti a casa di una zia di mia madre. Matilde era vestita di bianco. A Torti c’era appena stata la messa sulla terrazza, era vestita come si suole in una ricorrenza: con una gonna di pizzo che le scendeva morbida sulle ginocchia e poi quasi alle caviglie, un laccetto di seta che legava un fiocco al collo anch’esso bianchiccio come il collo dei nobili. Mentre io non ero vestito da cerimonia, ero in tenuta da calciatore, perché a quel tempo – chissà come – ero vestito continuamente da calciatore, con i nomi dei giocatori più banali stampati lungo la schiena, per dire che volevo diventare come loro. Insieme a Matilde avrei fatto le medie, le superiori. Si sarebbe trasferita con me per studiare a Milano, mentre vivevamo nello stesso palazzo nei pressi di Porta Venezia. Si era sposata. Con uno. Avvocato come lei. Uno sfigato. Io invece, a trentatré anni, non avevo la benché minima idea di sporcare la mia voglia di piacere.

Mi squillò il telefono. Lo presi dal taschino della giacca, anche se già immaginavo chi mi stesse chiamando. Mia madre era stata istruita all’uso del cellulare dai miei fratelli. Esitai per individuare la sua posizione nella piazza: era vicino alla farmacia, suo grande sogno di paesana: il figlio farmacista, perché la farmacia era il riferimento del paese, e la famiglia Nardi i signori bene del paese, che abitavano in un palazzo tutto loro nella piazza, così quando qualcuno le chiedeva cosa facessi nella vita, non diceva la verità, diceva che avrei voluto fare il farmacista.

Non risposi. Ripartii. Scesi le scale della torre fino in fondo. Lo feci accarezzando le mura, con la parte dei polpastrelli più vicina all’unghia, quasi a grattare. Uscii nella piazza. I rumori e la luce mi vennero addosso. Mi addentrai. Addentrarsi nella folla durante una messa in piedi, a Torti, vuole dire essere passato in rassegna dalle mani, che ti sfiorano rugose per il lavoro, la cura delle case, e che mi facevano perdere tra le loro carezze ciò che ogni persona mi stava dicendo: «non ti vedo da anni»; «sei diventato un uomo»; «non puoi far altro che essere di successo».

Arrivai da mia madre. Indossava una camicia scura e un cappellino di paglia. Era seduta su una sedia del bar. C’erano i miei tre fratelli, mio cugino, e in lontananza s’intravedeva anche mio padre, defilato.

Lei disse: – Vai a prendermi una bottiglia di minerale. Tanto lo so, che a te la Pasqua non interessa.

Andai. Il barista era un lontano parente. – Luigi! – esclamò. – Come te la passi?

– Bene. Vorrei una bottiglia d’acqua, naturale.

– Puoi prenderla in frigo –. Brandiva un’arancia da spremere.

Andai verso il frigorifero. Non tornavo da un paio di anni. Ero stato lontano dal paese preso solo dalla carriera. Due anni senza vedere nessuna delle persone con cui ero cresciuto. Se Massimo, il maggiore di noi, non avesse alzato la voce, forse non sarei più sceso.

Presi la bottiglia. Pagai. Fuori si sentiva solo la predica di don Gino nelle casse.

Mia madre aveva la mano in alto per ripararsi dal sole. – Quando puoi, va’ da tuo padre e digli che poco prima della fine della messa possiamo andare.

Le allungai l’acqua e mi avviai. Il nostro vecchio stava con le braccia conserte, appoggiato al palo, con i suoi occhiali da sole. Lo avvicinai e lui fece un sussulto. Non era un tipo di tante parole.

– Mamma dice che vuole andare via, fra non molto.

Annuì. Poi fece segno con la mano che aveva sonno.

– Il pranzo chi l’ha preparato? – chiesi.

– La zia –. Si aggiustò le sopracciglia con le dita. Accennò una smorfia strana. Mise le mani in tasca. Fece uno schiocco con la bocca. Togliendo i Ray-Ban. Forse era passata qualche donna che gli piaceva. Non mi girai.

– Va be’, pa’, – dissi. – Io allora vado.

Non sembrò sorpreso: – E allora vai…

Presi la strada di casa. Era ancora presto, ma ero un pesce fuor d’acqua alla terrazza. Le strade di Torti erano strette e lunghe, «sghembe» le definivo: perché sembrava che l’armonia geometrica dei sampietrini non esistesse.

Il pranzo di Pasqua della zia era celebre. Il numero degli invitati sarebbe bastato a renderlo famoso. I miei genitori sedevano ogni anno allo stesso posto, con il rigore metodico che li contraddistingueva: in fondo al tavolo, verso l’abitazione, poco prima del capotavola, uno dei signori più anziani.

La festa era imbastita di bianco, i bicchieri alti affusolati. C’erano le uova dipinte, ogni anno diverse, di colori discordi, dal blu dell’acqua al colore spento della terra. Un fiocco di seta le ricopriva, doveva essere stato annodato con pazienza. Intorno ci proteggevano tre case di pietra fredda, che davano l’idea di essere facili da sbriciolare, da perdersi sulla strada.

I cento e oltre personaggi a fare da sfondo al pranzo erano stati per me il ritratto preferito dell’umanità: c’era ogni caratteristica di un uomo, ogni essenza non nascosta, tra le più disparate, ed era stato uno dei modi con cui avevo scoperto il mondo negli anni di Torti, dove avevo avuto la formazione più vitale, osservando un rito nella mia terra.

L’uomo di cui non avrei mai fatto a meno era il postino. Si chiamava Marco. Un tempo era stato una delle persone più giovani che incontravo. A Torti non rimanevano in molti: si trovavano strade diverse, io stesso lo avevo fatto. Diventava un posto fantasma. Così Marco, il quale si chiamava come il fratello che mi era meno simpatico, era stato un punto di riferimento, con la sua perenne allegria e gioia di stare al mondo. Aveva il sorriso come espressione solita. Lo avevo conosciuto perché si fermava a parlare, d’estate, quando la scuola era finita. Io in giardino lo stavo a sentire. Capivo di essere nel posto giusto per imparare qualcosa.

A quel pranzo lo salutai da lontano. I suoi ricci era diventati bianchi, non aveva più capelli sulle tempie. I solchi che gli deturpavano il viso si erano fatti prominenti. Ora sembrava che soffrisse.

Mia zia metteva di lato un buffet. Partivo dal dolce, che con il vino mi piaceva in maniera particolare.

Mi avvicinai a Matilde.

– Quando torni a Milano? – dissi.

Non ci sentivamo da settimane.

– Torno martedì –. Mise il piatto sul tavolo e si sedette delicatamente.

Le feci cenno di aver capito. Non scambiavamo mai troppe parole di fronte a Ugo. Non ci lasciavamo andare. Era diventato un rapporto ambiguo. Non che avessimo qualcosa da nascondere, ma lui non riusciva a non essere geloso di me, che con Matilde condividevo molto più cose e che nella vita ero riuscito a costruire una carriera importante.

Era la donna perfetta. Aveva i capelli ricci neri, che facevano delle brevi onde fino alle spalle, le labbra carnose, rosse, che toccava spesso. La sua carnagione era chiara. Prima di fare l’avvocato aveva intrapreso una carriera di cantante di soul, per poi invece sfruttare la sua laurea, dopo il matrimonio. Io l’avevo sconsigliata, sia di sposarsi che di abbandonare la musica.

Marco, l’uomo che era stato il mio postino, mi guardò. Lo vedevo in fondo che stava solo, piegato sul piatto appena conquistato tra la folla. Gli feci un saluto. Rispose. Si avvicinò.

– Porti ancora le lettere a casa nostra? – dissi. Era a un paio di metri e non capì, glielo dovetti ripetere. – Porti ancora le lettere? – Questa volta la frase suonò peggio, come lo volessi sminuire.

– Sì –. Sorrise nel suo modo. Appena avevo iniziato a parlarci si era rotta la maschera di tristezza; i capelli bianchi, le tempie pelate, i solchi sul viso adesso mi sembravano segni placidi del tempo e non della sofferenza. – Sono venuto ieri per dare la posta a tua zia… – Abbassò lo sguardo un attimo e proseguì: – Aspetta in piedi, fuori al cancello, in vestaglia. Arriva in strada dopo che sono ripartito e ho fatto chiasso con il motorino, un rumore che tra queste mura rimbomba.

Gli ammiccai a mia volta. Era dopotutto Marco, una delle persone che avevo più stimato: c’era ancora una sorta di reverenza nei suoi confronti. Fece un cenno con la mano a una persona dietro di me.

Dissi con imbarazzo: – Non vieni mai su, al nord? – Era un modo classico per dire qualcosa quando al paese non sapevo più che fare.

– No. In realtà non mi muovo.

Sentii appoggiare una mano sulla spalla. – Sei tornato, Luigi? – Una voce femminile. Mi girai. Era una donna che non ricordavo. I suoi lineamenti… Rimasi senza risponderle. Poteva avere una cinquantina d’anni. Aveva i capelli dorati, ricci, il rossetto acceso e un lieve trucco sugli occhi.

– Ti presento Sara Antonelli. È del paese –. Marco indicò la donna.

– Ricordo poche persone di qui.

Lei annuì. Mi accarezzò la maglia. – Vado un attimo al buffet. Sono arrivata ora –. Girò su se stessa. Notai che era una donna bellissima.

– Chi è?

Marco rise. – È Sara Antonelli.

– Quindi? Dovrei conoscerla?

– Tutti la conoscono.

– Suo marito?

– Non ne ha mai avuto uno.

– Quindi è sola?

Marco esitò. Non rispose. Si mise a mangiare.

Mi uscì senza remore ciò che pensavo: – È il paese di Torti, Marco, un posto che si chiama come il contrario delle ragioni.

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