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Articoli scritti da: Federico Di Gregorio

Il paese di Torti

(il racconto Il paese di Torti è uscito in libreria nel 2017, nell’antologia di Historica dedicata agli scrittori abruzzesi e molisani)

Scendevo le scale della torre. Fermai la discesa.

– Luigi, tua madre ha detto che dobbiamo andare in terrazza.

Il belvedere del paese di Torti era un cumulo di voci bianche, che si estendeva da un lato all’altro della piazza scorgendo il mare. I bambini erano vestiti a festa. Il parroco apriva le mani fissando il cielo e poi la folla, al ritmo forsennato delle parole della Pasqua, che per lui erano una specie «di libertà, di santità».

Io guardavo.

– Dobbiamo, – ripeté Raffaello. Mio cugino aveva il naso grande, con le narici lunghe, aquilino. Aveva uno strano modo di respirare. Faceva un fischio.

– Arrivo, tra un po’.

Continuò a scendere. Mi affacciai meglio alla finestra di pietra. Mi ero fermato per cercare Matilde. Eravamo stati compagni alle scuole. Con lei avevo esplorato ciò che potevo capire della mia terra: il paese, le campagne, la piccola cittadina accanto a una decina di chilometri. Avevamo fatto un viaggio nel nostro mondo con gradualità. L’avevo incontrata venticinque anni prima, un altro giorno di Pasqua. La sua famiglia si era trasferita a Torti da poche settimane. Il padre lavorava i pellami, e dalle nostre parti c’erano molte ditte che facevano borse, scarpe, cinte. Infatti li avevo sempre odiati i pellami, così ogni volta che ne dovevo comprare uno andavo su tutte le furie e mi nascondevo in giardino. C’eravamo conosciuti a casa di una zia di mia madre. Matilde era vestita di bianco. A Torti c’era appena stata la messa sulla terrazza, era vestita come si suole in una ricorrenza: con una gonna di pizzo che le scendeva morbida sulle ginocchia e poi quasi alle caviglie, un laccetto di seta che legava un fiocco al collo anch’esso bianchiccio come il collo dei nobili. Mentre io non ero vestito da cerimonia, ero in tenuta da calciatore, perché a quel tempo – chissà come – ero vestito continuamente da calciatore, con i nomi dei giocatori più banali stampati lungo la schiena, per dire che volevo diventare come loro. Insieme a Matilde avrei fatto le medie, le superiori. Si sarebbe trasferita con me per studiare a Milano, mentre vivevamo nello stesso palazzo nei pressi di Porta Venezia. Si era sposata. Con uno. Avvocato come lei. Uno sfigato. Io invece, a trentatré anni, non avevo la benché minima idea di sporcare la mia voglia di piacere.

Mi squillò il telefono. Lo presi dal taschino della giacca, anche se già immaginavo chi mi stesse chiamando. Mia madre era stata istruita all’uso del cellulare dai miei fratelli. Esitai per individuare la sua posizione nella piazza: era vicino alla farmacia, suo grande sogno di paesana: il figlio farmacista, perché la farmacia era il riferimento del paese, e la famiglia Nardi i signori bene del paese, che abitavano in un palazzo tutto loro nella piazza, così quando qualcuno le chiedeva cosa facessi nella vita, non diceva la verità, diceva che avrei voluto fare il farmacista.

Non risposi. Ripartii. Scesi le scale della torre fino in fondo. Lo feci accarezzando le mura, con la parte dei polpastrelli più vicina all’unghia, quasi a grattare. Uscii nella piazza. I rumori e la luce mi vennero addosso. Mi addentrai. Addentrarsi nella folla durante una messa in piedi, a Torti, vuole dire essere passato in rassegna dalle mani, che ti sfiorano rugose per il lavoro, la cura delle case, e che mi facevano perdere tra le loro carezze ciò che ogni persona mi stava dicendo: «non ti vedo da anni»; «sei diventato un uomo»; «non puoi far altro che essere di successo».

Arrivai da mia madre. Indossava una camicia scura e un cappellino di paglia. Era seduta su una sedia del bar. C’erano i miei tre fratelli, mio cugino, e in lontananza s’intravedeva anche mio padre, defilato.

Lei disse: – Vai a prendermi una bottiglia di minerale. Tanto lo so, che a te la Pasqua non interessa.

Andai. Il barista era un lontano parente. – Luigi! – esclamò. – Come te la passi?

– Bene. Vorrei una bottiglia d’acqua, naturale.

– Puoi prenderla in frigo –. Brandiva un’arancia da spremere.

Andai verso il frigorifero. Non tornavo da un paio di anni. Ero stato lontano dal paese preso solo dalla carriera. Due anni senza vedere nessuna delle persone con cui ero cresciuto. Se Massimo, il maggiore di noi, non avesse alzato la voce, forse non sarei più sceso.

Presi la bottiglia. Pagai. Fuori si sentiva solo la predica di don Gino nelle casse.

Mia madre aveva la mano in alto per ripararsi dal sole. – Quando puoi, va’ da tuo padre e digli che poco prima della fine della messa possiamo andare.

Le allungai l’acqua e mi avviai. Il nostro vecchio stava con le braccia conserte, appoggiato al palo, con i suoi occhiali da sole. Lo avvicinai e lui fece un sussulto. Non era un tipo di tante parole.

– Mamma dice che vuole andare via, fra non molto.

Annuì. Poi fece segno con la mano che aveva sonno.

– Il pranzo chi l’ha preparato? – chiesi.

– La zia –. Si aggiustò le sopracciglia con le dita. Accennò una smorfia strana. Mise le mani in tasca. Fece uno schiocco con la bocca. Togliendo i Ray-Ban. Forse era passata qualche donna che gli piaceva. Non mi girai.

– Va be’, pa’, – dissi. – Io allora vado.

Non sembrò sorpreso: – E allora vai…

Presi la strada di casa. Era ancora presto, ma ero un pesce fuor d’acqua alla terrazza. Le strade di Torti erano strette e lunghe, «sghembe» le definivo: perché sembrava che l’armonia geometrica dei sampietrini non esistesse.

Il pranzo di Pasqua della zia era celebre. Il numero degli invitati sarebbe bastato a renderlo famoso. I miei genitori sedevano ogni anno allo stesso posto, con il rigore metodico che li contraddistingueva: in fondo al tavolo, verso l’abitazione, poco prima del capotavola, uno dei signori più anziani.

La festa era imbastita di bianco, i bicchieri alti affusolati. C’erano le uova dipinte, ogni anno diverse, di colori discordi, dal blu dell’acqua al colore spento della terra. Un fiocco di seta le ricopriva, doveva essere stato annodato con pazienza. Intorno ci proteggevano tre case di pietra fredda, che davano l’idea di essere facili da sbriciolare, da perdersi sulla strada.

I cento e oltre personaggi a fare da sfondo al pranzo erano stati per me il ritratto preferito dell’umanità: c’era ogni caratteristica di un uomo, ogni essenza non nascosta, tra le più disparate, ed era stato uno dei modi con cui avevo scoperto il mondo negli anni di Torti, dove avevo avuto la formazione più vitale, osservando un rito nella mia terra.

L’uomo di cui non avrei mai fatto a meno era il postino. Si chiamava Marco. Un tempo era stato una delle persone più giovani che incontravo. A Torti non rimanevano in molti: si trovavano strade diverse, io stesso lo avevo fatto. Diventava un posto fantasma. Così Marco, il quale si chiamava come il fratello che mi era meno simpatico, era stato un punto di riferimento, con la sua perenne allegria e gioia di stare al mondo. Aveva il sorriso come espressione solita. Lo avevo conosciuto perché si fermava a parlare, d’estate, quando la scuola era finita. Io in giardino lo stavo a sentire. Capivo di essere nel posto giusto per imparare qualcosa.

A quel pranzo lo salutai da lontano. I suoi ricci era diventati bianchi, non aveva più capelli sulle tempie. I solchi che gli deturpavano il viso si erano fatti prominenti. Ora sembrava che soffrisse.

Mia zia metteva di lato un buffet. Partivo dal dolce, che con il vino mi piaceva in maniera particolare.

Mi avvicinai a Matilde.

– Quando torni a Milano? – dissi.

Non ci sentivamo da settimane.

– Torno martedì –. Mise il piatto sul tavolo e si sedette delicatamente.

Le feci cenno di aver capito. Non scambiavamo mai troppe parole di fronte a Ugo. Non ci lasciavamo andare. Era diventato un rapporto ambiguo. Non che avessimo qualcosa da nascondere, ma lui non riusciva a non essere geloso di me, che con Matilde condividevo molto più cose e che nella vita ero riuscito a costruire una carriera importante.

Era la donna perfetta. Aveva i capelli ricci neri, che facevano delle brevi onde fino alle spalle, le labbra carnose, rosse, che toccava spesso. La sua carnagione era chiara. Prima di fare l’avvocato aveva intrapreso una carriera di cantante di soul, per poi invece sfruttare la sua laurea, dopo il matrimonio. Io l’avevo sconsigliata, sia di sposarsi che di abbandonare la musica.

Marco, l’uomo che era stato il mio postino, mi guardò. Lo vedevo in fondo che stava solo, piegato sul piatto appena conquistato tra la folla. Gli feci un saluto. Rispose. Si avvicinò.

– Porti ancora le lettere a casa nostra? – dissi. Era a un paio di metri e non capì, glielo dovetti ripetere. – Porti ancora le lettere? – Questa volta la frase suonò peggio, come lo volessi sminuire.

– Sì –. Sorrise nel suo modo. Appena avevo iniziato a parlarci si era rotta la maschera di tristezza; i capelli bianchi, le tempie pelate, i solchi sul viso adesso mi sembravano segni placidi del tempo e non della sofferenza. – Sono venuto ieri per dare la posta a tua zia… – Abbassò lo sguardo un attimo e proseguì: – Aspetta in piedi, fuori al cancello, in vestaglia. Arriva in strada dopo che sono ripartito e ho fatto chiasso con il motorino, un rumore che tra queste mura rimbomba.

Gli ammiccai a mia volta. Era dopotutto Marco, una delle persone che avevo più stimato: c’era ancora una sorta di reverenza nei suoi confronti. Fece un cenno con la mano a una persona dietro di me.

Dissi con imbarazzo: – Non vieni mai su, al nord? – Era un modo classico per dire qualcosa quando al paese non sapevo più che fare.

– No. In realtà non mi muovo.

Sentii appoggiare una mano sulla spalla. – Sei tornato, Luigi? – Una voce femminile. Mi girai. Era una donna che non ricordavo. I suoi lineamenti… Rimasi senza risponderle. Poteva avere una cinquantina d’anni. Aveva i capelli dorati, ricci, il rossetto acceso e un lieve trucco sugli occhi.

– Ti presento Sara Antonelli. È del paese –. Marco indicò la donna.

– Ricordo poche persone di qui.

Lei annuì. Mi accarezzò la maglia. – Vado un attimo al buffet. Sono arrivata ora –. Girò su se stessa. Notai che era una donna bellissima.

– Chi è?

Marco rise. – È Sara Antonelli.

– Quindi? Dovrei conoscerla?

– Tutti la conoscono.

– Suo marito?

– Non ne ha mai avuto uno.

– Quindi è sola?

Marco esitò. Non rispose. Si mise a mangiare.

Mi uscì senza remore ciò che pensavo: – È il paese di Torti, Marco, un posto che si chiama come il contrario delle ragioni.

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Carne

(racconto per il blog)

Dalla scrivania cadde un anello. Scivolò da una pila di fogli. Sarah guardò l’orologio da parete. Si udì il trillo di Skype. Vivaldi rispose. Uscì fuori un ragazzo: – La strada è in tilt, – raccontava. Sarah si avvicinò. – Vasyl accenna un balzo, si volta, sferra un calcio al bidone della spazzatura. Vedo un ammasso di giallo, ocra, che esplode. Vasyl mette le mani in tasca. Il tatuaggio sul braccio, la tuba, la serpe, è il suo segno particolare. Attorno ci sono i giornali lasciati a terra dagli impiegati degli uffici –. Il ragazzo aveva i capelli spessi, turchini, folti e gli occhi neri. – Svolta un bambino, sbucato in sella a una bici dalle fiamme dorate. Vasyl è davanti al negozio di televisori. Gli apparecchi proiettano un film –. Lo psichiatra indicò la maglia bianca, strappata, un taglio sulla fronte. – Guardo in piazza e la scritta assurda, ho un lieve formicolio alle gambe: “Rifugi antiatomici con ingresso nella metropolitana, con ordine” –. Il ragazzo riprese fiato. – Il dito in pixel è verso il sottopasso. A Vasyl faccio un cenno, ma le auto pochi centimetri avanti e indietro fanno un balletto, mentre il gas esce dai tubi fino alle palpebre. Il mio amico sbarra gli occhi, digrigna i denti, gira il viso.

Quella sera Vivaldi chiuse gli occhi sereno. Sua figlia dormiva nella camera di fronte, una stanza piena di bianco e giallo, in cui ogni cosa ricordava una stella: la lampada, il divano, le coperte, i cuscini. Sarah aveva sviluppato una passione per quella forma. La sua ossessione era ciò che fosse disperso «nella galassia». Così l’attraevano i pianeti, le costellazioni. Nei cassetti aveva decine di modellini, Marte, Giove, Plutone, Saturno. Sulla scrivania ne sorgeva uno con il cerchio intorno, affilato; Sarah non si avvicinava, se non per scattargli una foto e metterla su Instagram, con le diverse stagioni che si avvicendavano alla finestra sul giardino a fare da sfondo. La camera di Vivaldi era semplice. L’armadio lo aveva voluto l’ex moglie, lui lo custodiva senza che nessun’altra potesse aprirlo.

Sentirono il campanello. Il rumore rimbombò sulle pareti. La luce del lampione si schiantava dalla vetrata dello studio nel piano inferiore, rendeva la casa colma di effetti di ombra. Vivaldi si svegliò. Sarah aprì le coperte. Il campanello suonò di nuovo. Sarah scivolò fuori dal letto. Vivaldi intravedeva le mosse della figlia, guardò il cellulare, le due e un quarto. Sarah andava sotto. Vivaldi si alzò. Mise la vestaglia. Uscì dalla stanza. Sarah si dirigeva verso l’ingresso. Prese le scale, esitò ogni due passi fino alla porta.

– Dài! – esclamò Vivaldi. – Togliti da lì, – disse. – Aspettami –. Scese veloce, e la vestaglia si gonfiava come un mantello.

Un lampione ebbe uno sbalzo. Vivaldi arrivò. Scorgeva una persona, mise una mano sulla spalla della figlia, la spinse di lato.

Si sentiva scroscio d’acqua che sbatteva sull’asfalto. Il lampione di fronte ebbe un altro calo, stavolta di un paio di secondi. Sarah tornò davanti.

Vivaldi si avvicinò alla maniglia, alle chiavi. Irruppe un rumore. Fermò la mano. Il vicino buttava la spazzatura a ora tarda; una volta si era presentato alle due di notte chiedendo un pezzo di torta. Faceva il produttore musicale. Poteva essere il vicino. Vivaldi girò la testa verso il suo appartamento.

– Mi fai entrare? – Il timbro della voce era nascosto dalla pioggia.

Sarah afferrò la chiave. Aprì.

Vivaldi fece un balzo, come a voler prendere qualcosa da scaraventare. Salì le scale, due gradini alla volta. Imitò la voce stridula del fratello.

– Sei un pessimo parente –. Mordecai entrò. – Sono arrivato ieri, per un articolo. Dovevo incontrare uno. Sono andato in albergo, una specie di motel a ore con la moquette che puzza di piscio –. Tolse l’impermeabile e si mise sul divano. – L’ho incontrato. Mi serve il tuo studio.

– Che? – Vivaldi iniziò a tamburellare con le dita sulla balaustra. Diede una lucidata al legno con la vestaglia. Scese dal passamano: scivolava con il sedere in mostra, il pigiama faceva il fischio sottile della seta che corre lungo il legno. Fece un balzo. Mostrò il petto. Puntò il soggiorno. Si avviò con passi ampi, in modo che le piastrelle toccate fossero sempre dispari. Arrivò in cucina. Conservava solo la fame nervosa. Aprì il frigo. Cadde un braccio, tagliato, mancante di un dito, reciso. Il braccio si schiantò a terra, dopo aver colpito una bottiglia di latte.

– Dio! – Vivaldi arretrò.

Mordecai si lanciò sul divano. Vivaldi lo afferrò per la giacca. Sarah corse in cucina. Mordecai si divincolò. Prese il telefono: – Polizia. C’è un morto. O meglio, mio fratello ha trovato… insomma…

Dalla cornetta si sentiva: – Come si chiama?

– È casa di Andrea Vivaldi.

– Lo psichiatra?

– Sì, il collaboratore del Bureau.

– Indirizzo?

– 106 E *** St.

– Controlliamo.

Mordecai abbassò il telefono.

Sarah salì in camera. Si sentì aprire l’armadio. Tornò con un bastone per i panni.

– Che vuoi fare? – Vivaldi scivolò dal divano, si mise in ginocchio.

Sarah si sedette sul tavolo della cucina. Fece cadere il bastone. Poggiò la testa tra le mani.

Vivaldi guardò il vuoto: – Chi ha portato un cadavere qui?

– Se tu… – disse Mordecai.

– No, non lo so.

Bussarono alla porta. Sarah scese dal tavolo. Andò ad aprire: – Venite –. Mostrava il palmo verso l’interno dell’appartamento.

Entrò un poliziotto anziano, doppio mento, braghe calate, insieme a un giovane collega. Guardarono i fratelli.

Il gatto scese le scale, Sarah lo afferrò. Il micio cercò di ritrarsi, e si accomodò tra le sue braccia. Fece un miagolio. Vivaldi indicò l’arto mozzato. L’agente anziano andava verso il resto umano. Si abbassò per osservarlo. L’altro poliziotto, con gli occhi a mandorla, finì in preda a un imprevisto: una spontanea, incontrollabile, erezione. Rimase in silenzio.

Il braccio tremava. – Che diavoleria è? – fece l’agente anziano. – Chiama la centrale, cazzo!

L’altro poliziotto, con l’erezione che si faceva prominente, afferrò la radio: – Abbiamo risposto. Ci sono dei resti. La casa è di un collaboratore del Bureau.

– Vivaldi? – si sentì.

– Sì –. L’agente prese i documenti sul tavolino. – Nato a Pescara il 7 marzo del 1955. Residente nella città di ***.

– I resti… sono del medico?

– Sono non identificati.

Lo psichiatra si alzò e prese il cellulare. Scrisse. Immaginò la scena di Malcolm che veniva svegliato dal suo messaggio. Abitava lì dietro.

Lo psichiatra mise via il telefono e si rivolse all’agente giovane: – Le dico… – Andò dritto nella zona in cui era abituato a stare, la post-verità. Nessuno come Vivaldi riusciva a estrapolare da un filino di verità una gigantesca balla. – Il mio vicino è una persona orribile. Non perché ascolta musica tremenda, mai incolperei qualcuno di omicidio per i suoi gusti musicali. Però, vede: va in giro armato. Ne sono certo. Ha dentro casa un arsenale, ed è fissato: videogiochi, poster, video: vive per la guerra e parla solo di morte. Un uomo così…

– Lo ha visto recentemente?

– Sarah, hai visto il nostro vicino?

– Non lo vedo da mesi.

– Mia figlia è disattenta.

L’altro agente si avvicinò al frigo. – Questo è suo? – C’era un sacchetto.

Malcolm entrò. L’agente chiamò il detective del Bureau: – Ecco quello che il dottore ci ha fatto trovare –. Mostrò il braccio. Il poliziotto spezzò un gambo dei girasoli sul tavolino. Scosse l’arto.

– Avete chiamato la scientifica? – Il detective mise una mano nella tasca interna della giacca.

– Stanno arrivando, – disse l’agente. – Non so perché sia qui lei.

– Si riesce a capire se è di un uomo? – Malcolm tirò fuori gli occhiali.

– Pare un maschio. Glabro.

– Credo anch’io –. Si abbassò sulle ginocchia per guardare il resto umano. – Quella busta? – Non si avvicinava.

– Sembrano altri resti.

– Ti posso dire una parola? – Malcolm prese per la spalla lo psichiatra.

Vivaldi non voleva parlargli. In particolare voleva tenere per sé, almeno per il momento, la storia della chiamata che aveva ricevuto su Skype.

– Mi spieghi? – Il detective indicò la cucina.

– È venuto a trovarmi mio fratello in piena notte, e abbiamo aperto il frigo.

– Hai fatto tu la scoperta?

– Avevo visto il braccio.

– Ci sono segni di effrazione?

– Sembra di no.

– Cercherò di farmi passare la pratica.

– Non ho idea di chi…

– Non può essere un atto dimostrativo, nessuno vuole fare guerra a una città.

Vivaldi andò verso sua figlia. – Stanotte stiamo fuori.

– Ti pare?

– Va’ a prendere le tue cose.

– Sarà uno squilibrato.

– Direi che è un’idea uscire.

Sarah sospirò. – Ti ricordi quando avevi quella specie di collassi?

Vivaldi la guardò. – Muoviti, dài.

– Vorrei averne uno.

– Lascia il gatto in giardino. Domani lo portiamo dalla zia.

I «collassi», come li chiamava lei, erano iniziati in un giorno di agosto di un paio di anni prima. Vivaldi era solito volare in Italia dai parenti, con sua figlia, e stavano lì un paio di giorni, immersi nei suoni delle cicale: nella stasi inconcludente della provincia, dicevano. Quel Ferragosto, Vivaldi era stato travolto come da una randellata alla nuca. Era rimasto a terra con gli occhi sbarrati dei minuti, aveva scandito il tempo con gli ansimi. Mordecai aveva chiamato subito i soccorsi; perché Vivaldi non era mai stato male, non si poteva ricordare una sola influenza.

*

Lo psichiatra e sua figlia alloggiarono all’Hotel Bracco, lussuoso albergo gestito da un conterraneo. Vivaldi uscì dallo stabile. Era in testa alle cronache, sulle prime pagine del paese che si chiedevano se un collaboratore del Bureau avesse subìto una minaccia violenta. Sarah aveva deciso di rimanere in stanza. Vivaldi amava scrivere di mattina. Lo faceva in luoghi affollati, come un McDonald’s, una tavola calda o una sala da caffè. Si sedeva al tavolo più discreto. La cameriera arrivava, lui chiedeva biscotti, un pancake. Metteva il portatile orientato verso una bella ragazza.

Lesse i giornali con l’accuratezza di un monaco Certosino. Ogni riga. Non gli sfuggì niente di ciò che avevano scritto sulla sua storia. Molti direttori li conosceva. Vivaldi aveva per la stampa un amore immenso, ereditato dal padre, che di mestiere aveva fatto il giornalaio nell’edicola di un paesino abruzzese. Del padre conservava un’opinione eccellente, ma non ne conosceva il motivo: lui, Mordecai e Isabella erano fuggiti dal padre-padrone che per loro aveva immaginato una vita misera.

Vivaldi iniziò a mandare messaggi per fare apprezzamenti. La cameriera portò il caffè. La scorrevole si aprì. Entrò il detective Malcolm. Faceva colazione lì, si trovava sulla strada che portava all’ufficio. Era un luogo d’incontro tra persone diverse, tra le cravatte di chi andava a lavorare nei grattaceli e i maglioni infeltriti dei poliziotti in borghese. Vivaldi li chiamava «i luoghi di frontiera». Malcolm ordinò, si sedette di fronte allo psichiatra. Vivaldi abbassò il giornale.

– Com’è andata la notte? – disse il detective.

– Non dormivo in hotel con mia figlia da anni.

– È impaurita? – Malcolm tolse la giacca e la mise accanto.

– È la persona più intelligente che conoscono.

– Mia figlia ha paura di ogni cosa.

– Ho fatto razzia di giornali. Se c’è una cosa che non riesco a contenere è la voglia di ascoltare il mio nome o di vederlo scritto –. Vivaldi gli avvicinò un quotidiano.

– Cosa dovrei… – Il detective si abbassò per leggere. GLI INVESTIGATORI AL MOMENTO ESCLUDONO CHE SI POSSA TRATTARE DI UN’AZIONE DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. Rialzò la schiena. – Quindi?

– Avete la malsana idea che sia stato un dilettante a organizzare il depistaggio.

– Non ci sono indizi, – disse Malcolm.

La cameriera posò un’altra tazza e mise il caffè.

– Non c’è alcun segno di effrazione. Conosco bene casa mia. Le uniche finestre per infilarsi sono nello studio.

– Avevano le chiavi. Chi le ha?

– Io e mio fratello.

– Tua figlia le porta a scuola?

– Sarah andrebbe in giro per *** a ogni minuto. Quando non ci sono per lavoro va direttamente da mia sorella Isa fuori città.

– Una domestica, un giardiniere? – Il detective prese un fazzoletto sul tavolo.

– Non ho nemmeno un’assistente.

– Fammi capire… Tu e Mordecai?

– Esatto.

– Lui dove si trovava nei giorni precedenti?

– Non essere ridicolo… Era in redazione. Io sono stato a un convegno sette giorni. Ero tornato qualche ora prima –. Vivaldi corrugò la fronte. – Ho fatto cena e sono rientrato. Puoi verificare, chiama la mia segretaria.

– Ancora non sappiamo quanto tempo è passato dall’omicidio, il medico legale ci sta lavorando. È difficile risalire all’ora del decesso così –. Malcolm prendeva il caffè amaro. – Pare che il braccio e gli altri resti siano stati messi nel tuo frigo poco dopo la morte. Si sono conservati. Appartengono alla stessa persona. Sembra che il braccio sia stato tagliato con degli attrezzi da chirurgo.

– Un professionista.

– Hai mai avuto dei ferri da chirurgo?

– Ancora?

– Ti ho chiesto se ne hai mai avuti…

– Odio la morte. È la mia ossessione.

– Il taglio è stato fatto con precisione, magari da un bravo medico.

– Non sai di cosa parli, – disse Vivaldi.

Il detective fece un sorso e rimise la tazza sul tavolo.

– Hai il coraggio di sospettare di un tuo consulente?

La cameriera li interruppe. Aveva la treccia bionda che le scendeva sulla spalla. Prese l’ordinazione: – Ditemi pure –. Malcolm voleva una brioche, Vivaldi dei biscotti e un succo d’arancia. La cameriera scrisse sul taccuino, sorrise in maniera accentuata a un ragazzo all’ingresso.

– Ti hanno trovato in casa pezzi di un uomo. Non hai assolutamente idea di chi siano. Non ci sono segni di effrazione. Dici che nessuno aveva le chiavi del tuo appartamento. Ti sembra così anomalo che qualcuno sospetti di te?

– Non ho un movente.

Malcolm sorrise. – Tuo fratello è qui da molti giorni?

Nella mente di Vivaldi iniziava a farsi spazio un’idea. Mordecai era l’unico ad avere le chiavi oltre lui. Le sue, lo psichiatra, la teneva in tasca, non la lasciava in giro. Suo fratello era l’unico ad avere accesso alla casa in sua assenza, e quel giorno era stato a ***, gli aveva detto, chissà da quando. Mancava il cadavere. Il movente. Ma suo fratello, pensava Vivaldi, chissà quanti contatti aveva in città. Poi c’era la storia della chiamata su Skype. Era importante per il tempismo con cui era venuta fuori: la sera stessa del ritrovamento, dopo che lui era stato fuori per una settimana. Non poteva non prenderla in considerazione. Chi aveva fatto quella chiamata doveva sapere dell’allontanamento, conoscere le abitudini della famiglia.

– Mordecai è stato qui per molto tempo? – chiese Malcolm.

Arrivò la colazione. Il detective iniziò a tagliare la brioche.

– Mordecai è stato a *** solo la sera del ritrovamento, per quel che ne so. Ero via. Non ne ho idea –. Vivaldi bagnò le labbra con il caffè. – Non è in grado neanche di guidare perché ha paura di fare male a qualcuno.

– Ne sei sicuro?

– Certo –. Si guardarono storto. – Ce l’hai con mio fratello perché ha avuto una relazione con… Eri un marito di troppo.

Malcolm sbarrò lievemente gli occhi. – Mordecai era l’unico ad avere accesso alla casa. Me lo stai dicendo tu. E dici che non c’eri, non ci sei stato, non sai nulla di questa storia. E nessuno oltre te e lui ha la chiave, è ovvio che la seconda ipotesi è tuo fratello. Sto facendo un ragionamento logico, ti pare?

Il detective prese ancora il caffè, fece un sorso. Mordecai non era un uomo che fondava le sue azioni sull’interesse, metteva sempre se stesso al secondo posto: prima venivano gli altri. Avevano litigato migliaia di volte. Lo psichiatra sosteneva che suo fratello dovesse svegliarsi; perché come poteva un uomo vivere se non nel culto dei propri interessi? Mordecai gli rispondeva che il suo unico scopo nella vita era ignorare i profitti, che così sarebbe stato in grado di essere felice, senza aspettative, voglia di conquista, avrebbe vissuto per le emozioni, solo per loro, in una lunga traversata.

– Sai meglio di me che senza un cadavere è difficile fare le indagini, – disse Vivaldi.

– Quando arriveranno i risultati della scientifica avremo un quadro più chiaro –. Malcolm mise il caffè sul tavolo. – Ci hanno assegnato il caso perché sei un nostro collaboratore. Gli ho fatto credere che il delitto possa essere legato a un’indagine.

Non poteva essere coinvolto suo fratello: gli rimpallava solo questo nella mente. Mordecai era l’uomo più docile del mondo. Non sarebbe stato fisicamente in grado di uccidere una persona. Per ammazzare ci vuole ferocia, violenza. Erano sempre stati insieme, in particolare dal viaggio dall’Italia, da quando a quindici anni avevano deciso di abbandonare l’Abruzzo per fuggire dal padre e di raggiungere a *** la zia, che li avrebbe accolti e cresciuti come figli. Non avevano avuto un’infanzia felice. Ogni volta che la sua mente ripensava a quei giorni gli passava un brivido lungo il corpo, come un serpente gelato che attraversa la pelle e non riemerge mai. A Vivaldi tornava in mente il momento in cui avevano deciso di scappare. Mai aveva avuto a che fare con un errore di Mordecai. Era Vivaldi il disastro, quello che aveva avuto tre mogli, il soggetto poco raccomandabile da dieci anni senza più amici. Eri tu l’incompreso, a giusta ragione, ma ora eri chiamato a una cosa straordinaria, che mai avresti potuto immaginare: la responsabilità di portare avanti un segreto che ti costernava, un dubbio sulla colonna della tua famiglia, una pulce infilata negli spazi più certi della mente. A sfoggiare sicurezze erano buoni tutti con un fratello come Mordecai. Ma ora? Ora che non si poteva che sperare che non fosse stato lui?

– Non posso che dirti di rimanere a disposizione, di non allontanarti da ***, finché qualcosa non verrà scoperto.

– Come vuoi, – disse Vivaldi.

La cameriera tornava con la brocca del caffè, sorridente. Era bella. Il sole le rendeva gli occhi più chiari, quasi verdi, da un marrone che aveva dei riflessi smeraldo nascosti. Aveva un’espressione solare, forse per il ragazzo che continuava a osservarla e stava seduto al bancone. Vivaldi vagheggiava sulla cameriera, che sembrava non avere più di venticinque anni. Immaginava che se non ci fosse stato il detective avrebbe potuto, come spesso accadeva, avvicinarsi al suo orecchio e dirle che era particolarmente bella, quel giorno.

– Professore, oggi abbiamo la crostata di mele.

IRRUZIONE DI CINQUE UOMINI ARMATI IN UNA SALA DA CAFFÈ A ***

Entrarono cinque uomini. Il primo aveva la barba, le orecchie lunghe che emergevano dai capelli, ispidi. Un grumo rosso si stagliava vicino all’occhio destro e lasciava uscire un rivolo di sangue. Indossava una tuta, lanciava scintille; un rigo attraversava la gamba sinistra, di grasso di auto o di qualche arnese per il lavoro nei cantieri. Aveva lo zigomo tumefatto. Entrò per primo. Urlò di stare zitti. Nel locale fecero finta di nulla. Lo ripeté forte. Stavolta lo ascoltarono. L’uomo tirò fuori una pistola. Afferrò per il fianco una donna seduta vicino all’ingresso. La gettò tra le sue braccia, mentre teneva la pistola puntata a turno agli angoli del locale. Gli altri quattro tirarono fuori le armi e si apprestavano a fare irruzione, dopo avere guardato che in strada non ci fosse nessuno pronto a intervenire. Il secondo uomo era grasso, occhi incavati, carnagione scura, i baffi, pochi capelli. Gli altri due sembravano gemelli. Quelli fuori dal locale alzarono lentamente le pistole. L’uomo con la donna sul petto si voltò verso lo psichiatra. – Professore, ci deve seguire.

Vivaldi non ebbe reazioni. Gli venne da guardare Malcolm, che era rimasto immobile. Gli venne da pensare al suo archivio personale, una gigantesca fonte di informazioni. Il detective fece scivolare la mano sotto al tavolo, rapido come un felino. Si sentì il bottone della fondina fare un click appannato dalle dita di Malcolm che sgattaiolavano dentro per afferrare il calco della pistola e mettere l’indice sul grilletto senza estrarla e far accorgere di nulla chi gli stava attorno. Vivaldi continuava a esitare. Non aveva idea di cosa potesse fare il detective. La sala era piena. Era rischiosa una sparatoria con cinque uomini. Lo spazio era poco. Loro sembravano increduli per ciò che stavano facendo. Sarebbero stati pericolosi. Vivaldi lo aveva intuito. Probabilmente Malcolm prima di lui.

– Allora, professore? – disse l’uomo.

Vivaldi si alzò dal tavolo. Si vide in pericolo. Perché avrebbero dovuto sequestrarlo? Non era così ricco. Gli tornò in mente il nome di quell’uomo, dall’archivio, il suo archivio. Si chiamava Vasyl, come la persona descritta nella chiamata su Skype. Era di origini ucraine. Vasyl era stato un combattente, con Malcolm lo avevano indagato per una serie di omicidi. Era un uomo che Mordecai conosceva da tempo, da un’inchiesta giornalistica di dieci anni prima, un sicario: Vivaldi lo aveva saputo a una cena da suo fratello stesso. Era forse lui l’uomo che Mordecai aveva incontrato a *** prima di presentarsi a casa sua?

Il detective era fermo, continuava a toccare il grilletto. Vivaldi iniziò a ricordare; era una cosa che non faceva spesso. Ma in quel momento, in cui la sua vita sembrava avviarsi a una fine inaspettata, tornava indietro. Aveva immaginato di morire in una villa dalle pareti e le finestre bianche, di marmo, sulla costa italiana; avrebbe messo i suoi libri in bella vista, per celebrare l’opera della sua esistenza; avrebbe messo degli enormi registri in grandi scaffali che racchiudevano l’archivio, di pazienti, rassicurati, guariti negli anni della sua carriera da psichiatra; avrebbe avuto una vista meravigliosa, tra piante alte e mare a specchio. In quel momento, Vivaldi sentiva di stare per perdere tutto questo. Ebbe allora un sussulto d’orgoglio, una reazione violenta: un emozionante «collasso».

IRRUZIONE NELLA SALA DA CAFFÈ A ***, ESCLUSA LA PISTA DEL TERRORISMO INTERNAZIONALE

Fu travolto da una randellata alla nuca. Sdraiato a terra rimase con gli occhi sbarrati, scandiva il tempo con gli ansimi, tornava in apnea; gli altri lanciavano le mani in testa, con le labbra bianche, gli occhi socchiusi. Vivaldi si alzò con fatica, si teneva il petto. Tossiva. Zoppicava con la sinistra, poi metteva la destra. Stava chinato. Faceva dei respiri corti. Ogni tanto ansimava. Si rialzava con la schiena e andava giù, sollevava di un centimetro la spalla e rimetteva basso il braccio, stava chino con la testa e mandava gli occhi in alto.

La folla iniziò a urlare e cercare riparo tra i tavoli, mentre qualcuno si feriva per conquistare uno spazio. L’uomo grasso cadde sbilanciato dal peso di un ragazzo che gli svenne addosso mentre la pistola gli cadeva a terra: rimbalzava, era un rumore secco di ferro che appena si poteva udire viste le urla che adesso si erano alzate come un concerto. I gemelli puntavano la pistola a destra e a sinistra. Vasyl vide Malcolm che estraeva l’arma. Notò l’inarcarsi della spalla prima che il detective superasse il tavolo dietro con la pistola in posizione per poter aprire il fuoco. A Vasyl partì un colpo, d’istinto. Malcolm non ci pensò su. Vide che l’uomo era senza controllo e mirò al petto. Lo uccise. Al cuore. Il proiettile gli attraversò i ventricoli. Il cuore smise di battere dopo essersi gonfiato. Il colpo fece schizzare il sangue all’esterno, che andò sbattere violento sulla faccia della donna in ostaggio. Vivaldi si accasciò, incredulo per essere ancora vivo, dopo avere preso il colpo volante di Vasyl nella carne. Capì che tutto stava finendo, che il sequestro era fallito. Lo capì dalle urla: dal concerto delle urla che andavano scemando. I due gemelli e gli altri iniziarono a correre urlando cose nella loro lingua.

Vivaldi aprì gli occhi. Di fronte, tra i piedi e i gemiti degli ospiti del locale, intravedeva la guancia sanguinosa della donna che era stata presa in ostaggio da Vasyl. Il sangue gocciava, e si spargeva fino all’ingresso della sala da caffè.

Recensioni

Alcune recensioni del romanzo breve Le differenze:

«Perché si parla di tutte quelle differenze che caratterizzano ogni essere umano, quelle scelte/non scelte che ci conducono verso un sentiero di irrimediabilità o felicità momentanea» \\ Irene Cambriglia, I bookanieri

«Federico Di Gregorio racconta una storia piacevole che vogliamo accompagnare con la degustazione di un infuso vivace e sempre diverso. Un Tè Aromatizzato, scegliete voi l’aroma, sarà il compagno ideale per questa simpatica lettura» \\ Roberto Bagnato, Leggo con tè

«Un libro che ho trovato confuso, nel senso positivo del termine, pieno di vita, di emozioni e avvenimenti, nonostante le sole 77 pagine» \\ Erika Dossena, La libreria di Mommy

«È un romanzo breve che è arrivato per caso nella mia vita, anzi nelle mie letture, incuriosita dal titolo» \\ Rosanna Sanseverino, Sole e luna blog

Segnalazione Made in Italy
Anisa Sijoni, Tutta colpa dei libri

Torti, in libreria

In libreria, per Historica, l’antologia Racconti dall’Abruzzo e dal Molise, con all’interno il mio racconto Il paese di Torti.

L’ordine degli universi

In Turchia chiamano il Mar Mediterraneo “Ak Deniz”, mare bianco. Marco lo ascolta dire in televisione mentre incarta un enorme uovo di cioccolata, con dentro un rossetto scuro, perché Denise ama i trucchi scuri, e ama le uova di cioccolata.

Continua a leggere sulla rivista Pastrengo.

Le differenze

Le differenze affronta il rapporto con il talento, l’approccio al tema dell’errore e dell’irrimediabilità. È la storia di un giovane atleta che esplora la vita mentre scopre la storia di un dipinto, di un incidente stradale, vive un amore che sembra non poter esistere. Bernard cerca se stesso, abbandona la carriera nell’atletica leggera per seguirne un’altra da pianista. Ama osservare le differenze, tra le persone. È un romanzo di luoghi onirici e città, situazioni quotidiane e vicende paradossali.

Le differenze, Delos Digital, prima edizione, 2017.

La collana Odissea Digital è a cura di Franco Forte.

Link: https://delos.digital/9788825402940/le-differenze/

A luglio

A luglio, a trentuno anni, pubblico il mio primo romanzo. Mi vengono in mente le parole di Oriana Fallaci: «Sono stupendi i trent’anni, e anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli con il prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, con il nostro dolore da grandi. […] Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna».

Storia di un altro

(racconto per il blog)

Sul pavimento c’erano delle mosche morte. Il maresciallo suonava il campanello con un tocco da uomo sicuro di sé. La donna delle pulizie: – Non apre non risponde ho sentito un colpo vi prego! –. Il maresciallo entrò in casa. Si sentì distintamente il rumore dei tacchi. Doveva avere le scarpe usate ai battesimi, tirate a lucido forse per l’occasione che mi ero sparato. – Dov’è? – E la donna delle pulizie sibilò qualcosa. Gli agenti si scagliarono contro la porta. Da dentro sentii il rumore della manica di una giacca che urtava contro il legno. Iniziò il ritmo serrato delle spallate. Il maresciallo chiamò i vigili del fuoco. Nello studio i secondi passavano; con la luce flebile di dicembre che si schiantava sui libri, facevano angolo nella grande biblioteca, fermi; echeggiava solo il rumore di una candela sul tavolo, sotto a un piattino d’argento; io non l’avevo mai accesa, mi ero riproposto di farlo per ognuno dei mesi nell’appartamento della signora, una padrona di casa ineccepibile, ma non c’ero riuscito. La donna delle pulizie urlava, diceva frasi strane nella sua lingua, che non riesco a riprodurre nemmeno nella mia mente di morto, e avevano giurato sarebbe stata infallibile. Si affievoliva la luce. Ai miei occhi diventava un raggio. Uno. Così sembrò essere la storia di un altro. Socchiusi le palpebre. L’immagine a un certo punto decise di restringersi. Tornai vigile dopo una spallata più forte. Il maresciallo disse a qualcuno: – Togliti, non c’è tempo! –. Iniziava a tornarmi in mente il motivo per cui ero andato nello studio. Non avevo intenzione di spararmi. Volevo vedere se la pistola fosse ancora nella scrivania. Ero in vestaglia. La mattina del sabato ero solito mettermi a leggere. Avrei voluto farlo più tardi, dopo la colazione. Stavo seduto sulla poltrona di tessuto, la polvere veleggiava nell’aria. Avevo finito tutti i romanzi che mi ero ripromesso di capire, così la mia attenzione era andata su uno strano testo. Il romanzo pareva essere un dialogo con se stesso fatto a posteriori; sarebbe stato fantastico credere che ogni esperienza facesse parte di qualcosa in scrittura, con una revisione finale. A pagina dieci avevo chiuso gli occhi, quando il protagonista dice di essere finito per un giorno dentro al suo cervello. Anni prima avevo sentito la paura delle notti in cui al paese pioveva forte e c’era la sensazione che il mare mi affogasse in camera.

Aperti gli occhi, ero andato a controllare la pistola. Mi ero sparato in pancia, mentre non sapevo se le viscere sarebbero uscite come in quel romanzo. Dell’ultima e prima volta che avevo scelto di essere morto ne ricordo il sangue. Fluiva sulle screpolature del pavimento, poi cresceva l’onda, che si allargava sul marmo, immaginavo fosse sempre più scura fino a diventare nera. Il maresciallo aprì la porta. Urlò, «Presto un’ambulanza!». Iniziai a guardarlo. Mi sembrava avesse i baffi, come dicevano li avesse mio padre. Mio padre non lo avevo mai visto, solo nelle foto sbiadite conservate nei cassetti, pistole cariche: sogni di eroi. La solitudine scompare nei momenti in cui arriva l’immagine, perciò descrivere altro è inutile. Bisogna mostrare le strade che scendono e salgono sulle vie della mente, che non le trovi più se vuoi cercarle. Il vento scompiglia i capelli, s’insinua il freddo, mentre a fatica mantieni il volante dell’auto. Le luci intorno si spengono al tuo passaggio, intanto metti la marcia. Con un colpo avresti voglia di staccare lo specchietto retrovisore. I cespugli di fianco sbattono; la strada si fa sempre più piccola, fino a diventare un sentiero. Ti perdi, pensando alla cosa che sognavi e non potevi avere, per colpa della logica, sempre lei. Un aereo vuole scendere. Prova ad abbassarsi. Ti sfiora. Risale. Intorno appaiono le lucciole, volano a migliaia. La via si rabbuia anche davanti. I tuoi fari reggono. Li controllo, per paura di non averli accesi bene, ma oltre non vanno. Una curva sposta la polvere, che sale sulle narici, la sento sul pavimento. Il sangue inizia a uscire da sotto i cespugli, invade la strada in piccoli rivoli. Scende ancora l’aereo, abbassi la testa. Si posa a terra. Il freno non c’è. Non importa. L’inquadratura arriva fino a una nuvola. I fari appena si vedono. Le luci del velivolo spiccano. Il rumore è sottile e lento.

La crisi di Q.

(racconto per il blog)

Una mattina di ottobre in cui piove, Q. decide di uscire. Non lo fa da trentuno giorni, dall’ultima volta in cui è andato a comprare il suo prosciutto preferito. Da quel dì, ha evitato di farsi vedere in giro. Suo figlio Massimo, un bancario che non parla quasi per nulla, non si spiega mai le vicende del padre e le liquida con il solito «Che vuoi che ne capisca di te?». Per questo motivo, Q. si ripete che solo se stesso è in grado di capirsi.

La mattina di settembre di trentuno giorni prima stette via parecchio. Uscì verso le nove, dopo aver preso il caffè. Mise il cappello grigio, una coppola che lasciava all’ingresso. La sua domestica Maria, mentre rimetteva in ordine i tappeti, lo salutò dal salone. – Signor Q., – disse. – Pranza a casa o va da suo figlio?

Q. scrollò le spalle. – Max ha detto che oggi deve andare a comprare un cane.

– Un cane?

– Uno di quelli bassi; ce l’ha la donna vicino alla portineria, però rompe le scatole per la pipì dei cani degli altri.

Q. prese le chiavi. Uscì senza salutare. La pioggia batteva, su Bologna. Odiava gli ombrelli, ma quel giorno ne trovò uno azzurro proprio sul pianerottolo e decise di portarlo. S’incamminò verso l’alimentari. Non vide nessuno di conosciuto. Davanti al negozio, chiuse l’ombrello ed entrò.

– Signore! – fece il salumiere.

– Come va?

– Stasera c’è la partita.

– Ne sono felice.

– Il suo prosciutto?

– Vorrei anche un panino.

L’uomo incartò, dopo aver tagliato il prosciutto con precisione; poi Q. pagò alla cassa e uscì. Fuori c’era seduto un bassotto.

– Che ci fai qui, solo? – disse Q.

Il bassotto lo guardò, si mise a terra.

– Di chi è questo?

Il salumiere uscì per capire cosa stesse succedendo e disse: – Non lo so.

– Prima non c’era.

– L’ho cacciato mezz’ora fa. Stava con un uomo che è entrato per una bottiglietta d’acqua –. Il salumiere asciugò le mani sul grembiule.

– L’ha lasciato?

– Così pare.

– Devi accudirlo.

– Lei scherza sempre!

– Dove possiamo ritrovare il padrone?

– Parlava al telefono di un museo vicino.

– Ce ne sono parecchi…

– Ah, non lo so…

Q. aprì l’ombrello e si spostò un paio di metri. Chiamò il cane. Il bassotto prima si alzò da terra con diffidenza, poi decise di seguirlo.

– Oggi non faccio un pranzo serio per colpa del tuo collega.

Il museo più vicino era a due parallele. Q. e il bassotto passeggiarono di buona lena. All’ingresso c’era una scolaresca.

“Chissà se un cane può entrare in un museo?” Q. decise di chiedere al custode.

– Che ci fa a passeggio con il mio cane? – si sentì dire, da un uomo alto e magro.

Il rumore delle voci dei ragazzi copriva le sue parole.

– Ci possiamo spostare? – disse Q.

Si avviarono verso la strada, con il bassotto che li seguiva.

– L’ho trovato davanti all’alimentari. Ma dico, come si riesce a perdere un cane?

– Non l’ho mica perso, – disse l’uomo.

– Ah no? Come mai gliel’ho dovuto riportare?

– È libero, ha deciso di perdersi.

Q. guardò il bassotto come per chiedergli che strano padrone avesse. – Le pare un discorso sensato?

– Non sa quanto è importante questa giornata per me.

– Poteva uscire senza di lui.

La pioggia continuava a battere sottile.

– La mostra è finita. Ci può riaccompagnare a casa? – disse l’uomo.

Q. ci pensò. Non voleva aiutarlo, ma era curioso di natura.

– Va bene.

– È davvero gentile.

– Posso farle una domanda?

– Penso di sì.

– Mi racconta cosa c’è di così importante da dimenticarsi un cane?

– Posso sapere il suo nome?

– Tizio, mi chiami in questo modo.

– Vengo dal museo.

S’incamminarono sotto la pioggia, l’uomo s’infilò sotto l’ombrello.

– Per me quella mostra era molto importante, l’aspettavo da un anno.

– Era del suo autore preferito?

– Di più.

– Ha visto qualche bella opera…

– Ho visto la mia opera. Sono io l’artista.

– Me la descriva.

– È un letto, con un buco circolare in mezzo alla rete.

– Un buon motivo per essere soprappensiero.

– È una specie di attrezzo da manicomio.

– È per questo che le è caro?

– Non scherzi, quell’opera mi ricorda la volta in cui rimasi a letto quasi un mese.

Q. tornò serio. – Perché?

– Mi venne in mente di farlo vedendo una foto su una rivista.

– Ma per quale motivo una persona dovrebbe rimanere a letto un mese?

– Perché vuole –. L’uomo mise le mani in tasca.

– Io vorrei fare tante cose, ma non le faccio.

– Si è mai chiesto chi si accorge di lei in trentuno giorni di vita?

Lèggere

«The first lesson reading teaches is how to be alone.»

(da How to Be Alone, Farrar, Straus and Giroux, 2003)

Jonathan Franzen