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Carne

(racconto per il blog)

Dalla scrivania cadde un anello. Scivolò da una pila di fogli. Sarah guardò l’orologio da parete. Si udì il trillo di Skype. Vivaldi rispose. Uscì fuori un ragazzo: – La strada è in tilt, – raccontava. Sarah si avvicinò. – Vasyl accenna un balzo, si volta, sferra un calcio al bidone della spazzatura. Vedo un ammasso di giallo, ocra, che esplode. Vasyl mette le mani in tasca. Il tatuaggio sul braccio, la tuba, la serpe, è il suo segno particolare. Attorno ci sono i giornali lasciati a terra dagli impiegati degli uffici –. Il ragazzo aveva i capelli spessi, turchini, folti e gli occhi neri. – Svolta un bambino, sbucato in sella a una bici dalle fiamme dorate. Vasyl è davanti al negozio di televisori. Gli apparecchi proiettano un film –. Lo psichiatra indicò la maglia bianca, strappata, un taglio sulla fronte. – Guardo in piazza e la scritta assurda, ho un lieve formicolio alle gambe: “Rifugi antiatomici con ingresso nella metropolitana, con ordine” –. Il ragazzo riprese fiato. – Il dito in pixel è verso il sottopasso. A Vasyl faccio un cenno, ma le auto pochi centimetri avanti e indietro fanno un balletto, mentre il gas esce dai tubi fino alle palpebre. Il mio amico sbarra gli occhi, digrigna i denti, gira il viso.

Quella sera Vivaldi chiuse gli occhi sereno. Sua figlia dormiva nella camera di fronte, una stanza piena di bianco e giallo, in cui ogni cosa ricordava una stella: la lampada, il divano, le coperte, i cuscini. Sarah aveva sviluppato una passione per quella forma. La sua ossessione era ciò che fosse disperso «nella galassia». Così l’attraevano i pianeti, le costellazioni. Nei cassetti aveva decine di modellini, Marte, Giove, Plutone, Saturno. Sulla scrivania ne sorgeva uno con il cerchio intorno, affilato; Sarah non si avvicinava, se non per scattargli una foto e metterla su Instagram, con le diverse stagioni che si avvicendavano alla finestra sul giardino a fare da sfondo. La camera di Vivaldi era semplice. L’armadio lo aveva voluto l’ex moglie, lui lo custodiva senza che nessun’altra potesse aprirlo.

Sentirono il campanello. Il rumore rimbombò sulle pareti. La luce del lampione si schiantava dalla vetrata dello studio nel piano inferiore, rendeva la casa colma di effetti di ombra. Vivaldi si svegliò. Sarah aprì le coperte. Il campanello suonò di nuovo. Sarah scivolò fuori dal letto. Vivaldi intravedeva le mosse della figlia, guardò il cellulare, le due e un quarto. Sarah andava sotto. Vivaldi si alzò. Mise la vestaglia. Uscì dalla stanza. Sarah si dirigeva verso l’ingresso. Prese le scale, esitò ogni due passi fino alla porta.

– Dài! – esclamò Vivaldi. – Togliti da lì, – disse. – Aspettami –. Scese veloce, e la vestaglia si gonfiava come un mantello.

Un lampione ebbe uno sbalzo. Vivaldi arrivò. Scorgeva una persona, mise una mano sulla spalla della figlia, la spinse di lato.

Si sentiva scroscio d’acqua che sbatteva sull’asfalto. Il lampione di fronte ebbe un altro calo, stavolta di un paio di secondi. Sarah tornò davanti.

Vivaldi si avvicinò alla maniglia, alle chiavi. Irruppe un rumore. Fermò la mano. Il vicino buttava la spazzatura a ora tarda; una volta si era presentato alle due di notte chiedendo un pezzo di torta. Faceva il produttore musicale. Poteva essere il vicino. Vivaldi girò la testa verso il suo appartamento.

– Mi fai entrare? – Il timbro della voce era nascosto dalla pioggia.

Sarah afferrò la chiave. Aprì.

Vivaldi fece un balzo, come a voler prendere qualcosa da scaraventare. Salì le scale, due gradini alla volta. Imitò la voce stridula del fratello.

– Sei un pessimo parente –. Mordecai entrò. – Sono arrivato ieri, per un articolo. Dovevo incontrare uno. Sono andato in albergo, una specie di motel a ore con la moquette che puzza di piscio –. Tolse l’impermeabile e si mise sul divano. – L’ho incontrato. Mi serve il tuo studio.

– Che? – Vivaldi iniziò a tamburellare con le dita sulla balaustra. Diede una lucidata al legno con la vestaglia. Scese dal passamano: scivolava con il sedere in mostra, il pigiama faceva il fischio sottile della seta che corre lungo il legno. Fece un balzo. Mostrò il petto. Puntò il soggiorno. Si avviò con passi ampi, in modo che le piastrelle toccate fossero sempre dispari. Arrivò in cucina. Conservava solo la fame nervosa. Aprì il frigo. Cadde un braccio, tagliato, mancante di un dito, reciso. Il braccio si schiantò a terra, dopo aver colpito una bottiglia di latte.

– Dio! – Vivaldi arretrò.

Mordecai si lanciò sul divano. Vivaldi lo afferrò per la giacca. Sarah corse in cucina. Mordecai si divincolò. Prese il telefono: – Polizia. C’è un morto. O meglio, mio fratello ha trovato… insomma…

Dalla cornetta si sentiva: – Come si chiama?

– È casa di Andrea Vivaldi.

– Lo psichiatra?

– Sì, il collaboratore del Bureau.

– Indirizzo?

– 106 E *** St.

– Controlliamo.

Mordecai abbassò il telefono.

Sarah salì in camera. Si sentì aprire l’armadio. Tornò con un bastone per i panni.

– Che vuoi fare? – Vivaldi scivolò dal divano, si mise in ginocchio.

Sarah si sedette sul tavolo della cucina. Fece cadere il bastone. Poggiò la testa tra le mani.

Vivaldi guardò il vuoto: – Chi ha portato un cadavere qui?

– Se tu… – disse Mordecai.

– No, non lo so.

Bussarono alla porta. Sarah scese dal tavolo. Andò ad aprire: – Venite –. Mostrava il palmo verso l’interno dell’appartamento.

Entrò un poliziotto anziano, doppio mento, braghe calate, insieme a un giovane collega. Guardarono i fratelli.

Il gatto scese le scale, Sarah lo afferrò. Il micio cercò di ritrarsi, e si accomodò tra le sue braccia. Fece un miagolio. Vivaldi indicò l’arto mozzato. L’agente anziano andava verso il resto umano. Si abbassò per osservarlo. L’altro poliziotto, con gli occhi a mandorla, finì in preda a un imprevisto: una spontanea, incontrollabile, erezione. Rimase in silenzio.

Il braccio tremava. – Che diavoleria è? – fece l’agente anziano. – Chiama la centrale, cazzo!

L’altro poliziotto, con l’erezione che si faceva prominente, afferrò la radio: – Abbiamo risposto. Ci sono dei resti. La casa è di un collaboratore del Bureau.

– Vivaldi? – si sentì.

– Sì –. L’agente prese i documenti sul tavolino. – Nato a Pescara il 7 marzo del 1955. Residente nella città di ***.

– I resti… sono del medico?

– Sono non identificati.

Lo psichiatra si alzò e prese il cellulare. Scrisse. Immaginò la scena di Malcolm che veniva svegliato dal suo messaggio. Abitava lì dietro.

Lo psichiatra mise via il telefono e si rivolse all’agente giovane: – Le dico… – Andò dritto nella zona in cui era abituato a stare, la post-verità. Nessuno come Vivaldi riusciva a estrapolare da un filino di verità una gigantesca balla. – Il mio vicino è una persona orribile. Non perché ascolta musica tremenda, mai incolperei qualcuno di omicidio per i suoi gusti musicali. Però, vede: va in giro armato. Ne sono certo. Ha dentro casa un arsenale, ed è fissato: videogiochi, poster, video: vive per la guerra e parla solo di morte. Un uomo così…

– Lo ha visto recentemente?

– Sarah, hai visto il nostro vicino?

– Non lo vedo da mesi.

– Mia figlia è disattenta.

L’altro agente si avvicinò al frigo. – Questo è suo? – C’era un sacchetto.

Malcolm entrò. L’agente chiamò il detective del Bureau: – Ecco quello che il dottore ci ha fatto trovare –. Mostrò il braccio. Il poliziotto spezzò un gambo dei girasoli sul tavolino. Scosse l’arto.

– Avete chiamato la scientifica? – Il detective mise una mano nella tasca interna della giacca.

– Stanno arrivando, – disse l’agente. – Non so perché sia qui lei.

– Si riesce a capire se è di un uomo? – Malcolm tirò fuori gli occhiali.

– Pare un maschio. Glabro.

– Credo anch’io –. Si abbassò sulle ginocchia per guardare il resto umano. – Quella busta? – Non si avvicinava.

– Sembrano altri resti.

– Ti posso dire una parola? – Malcolm prese per la spalla lo psichiatra.

Vivaldi non voleva parlargli. In particolare voleva tenere per sé, almeno per il momento, la storia della chiamata che aveva ricevuto su Skype.

– Mi spieghi? – Il detective indicò la cucina.

– È venuto a trovarmi mio fratello in piena notte, e abbiamo aperto il frigo.

– Hai fatto tu la scoperta?

– Avevo visto il braccio.

– Ci sono segni di effrazione?

– Sembra di no.

– Cercherò di farmi passare la pratica.

– Non ho idea di chi…

– Non può essere un atto dimostrativo, nessuno vuole fare guerra a una città.

Vivaldi andò verso sua figlia. – Stanotte stiamo fuori.

– Ti pare?

– Va’ a prendere le tue cose.

– Sarà uno squilibrato.

– Direi che è un’idea uscire.

Sarah sospirò. – Ti ricordi quando avevi quella specie di collassi?

Vivaldi la guardò. – Muoviti, dài.

– Vorrei averne uno.

– Lascia il gatto in giardino. Domani lo portiamo dalla zia.

I «collassi», come li chiamava lei, erano iniziati in un giorno di agosto di un paio di anni prima. Vivaldi era solito volare in Italia dai parenti, con sua figlia, e stavano lì un paio di giorni, immersi nei suoni delle cicale: nella stasi inconcludente della provincia, dicevano. Quel Ferragosto, Vivaldi era stato travolto come da una randellata alla nuca. Era rimasto a terra con gli occhi sbarrati dei minuti, aveva scandito il tempo con gli ansimi. Mordecai aveva chiamato subito i soccorsi; perché Vivaldi non era mai stato male, non si poteva ricordare una sola influenza.

*

Lo psichiatra e sua figlia alloggiarono all’Hotel Bracco, lussuoso albergo gestito da un conterraneo. Vivaldi uscì dallo stabile. Era in testa alle cronache, sulle prime pagine del paese che si chiedevano se un collaboratore del Bureau avesse subìto una minaccia violenta. Sarah aveva deciso di rimanere in stanza. Vivaldi amava scrivere di mattina. Lo faceva in luoghi affollati, come un McDonald’s, una tavola calda o una sala da caffè. Si sedeva al tavolo più discreto. La cameriera arrivava, lui chiedeva biscotti, un pancake. Metteva il portatile orientato verso una bella ragazza.

Lesse i giornali con l’accuratezza di un monaco Certosino. Ogni riga. Non gli sfuggì niente di ciò che avevano scritto sulla sua storia. Molti direttori li conosceva. Vivaldi aveva per la stampa un amore immenso, ereditato dal padre, che di mestiere aveva fatto il giornalaio nell’edicola di un paesino abruzzese. Del padre conservava un’opinione eccellente, ma non ne conosceva il motivo: lui, Mordecai e Isabella erano fuggiti dal padre-padrone che per loro aveva immaginato una vita misera.

Vivaldi iniziò a mandare messaggi per fare apprezzamenti. La cameriera portò il caffè. La scorrevole si aprì. Entrò il detective Malcolm. Faceva colazione lì, si trovava sulla strada che portava all’ufficio. Era un luogo d’incontro tra persone diverse, tra le cravatte di chi andava a lavorare nei grattaceli e i maglioni infeltriti dei poliziotti in borghese. Vivaldi li chiamava «i luoghi di frontiera». Malcolm ordinò, si sedette di fronte allo psichiatra. Vivaldi abbassò il giornale.

– Com’è andata la notte? – disse il detective.

– Non dormivo in hotel con mia figlia da anni.

– È impaurita? – Malcolm tolse la giacca e la mise accanto.

– È la persona più intelligente che conoscono.

– Mia figlia ha paura di ogni cosa.

– Ho fatto razzia di giornali. Se c’è una cosa che non riesco a contenere è la voglia di ascoltare il mio nome o di vederlo scritto –. Vivaldi gli avvicinò un quotidiano.

– Cosa dovrei… – Il detective si abbassò per leggere. GLI INVESTIGATORI AL MOMENTO ESCLUDONO CHE SI POSSA TRATTARE DI UN’AZIONE DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. Rialzò la schiena. – Quindi?

– Avete la malsana idea che sia stato un dilettante a organizzare il depistaggio.

– Non ci sono indizi, – disse Malcolm.

La cameriera posò un’altra tazza e mise il caffè.

– Non c’è alcun segno di effrazione. Conosco bene casa mia. Le uniche finestre per infilarsi sono nello studio.

– Avevano le chiavi. Chi le ha?

– Io e mio fratello.

– Tua figlia le porta a scuola?

– Sarah andrebbe in giro per *** a ogni minuto. Quando non ci sono per lavoro va direttamente da mia sorella Isa fuori città.

– Una domestica, un giardiniere? – Il detective prese un fazzoletto sul tavolo.

– Non ho nemmeno un’assistente.

– Fammi capire… Tu e Mordecai?

– Esatto.

– Lui dove si trovava nei giorni precedenti?

– Non essere ridicolo… Era in redazione. Io sono stato a un convegno sette giorni. Ero tornato qualche ora prima –. Vivaldi corrugò la fronte. – Ho fatto cena e sono rientrato. Puoi verificare, chiama la mia segretaria.

– Ancora non sappiamo quanto tempo è passato dall’omicidio, il medico legale ci sta lavorando. È difficile risalire all’ora del decesso così –. Malcolm prendeva il caffè amaro. – Pare che il braccio e gli altri resti siano stati messi nel tuo frigo poco dopo la morte. Si sono conservati. Appartengono alla stessa persona. Sembra che il braccio sia stato tagliato con degli attrezzi da chirurgo.

– Un professionista.

– Hai mai avuto dei ferri da chirurgo?

– Ancora?

– Ti ho chiesto se ne hai mai avuti…

– Odio la morte. È la mia ossessione.

– Il taglio è stato fatto con precisione, magari da un bravo medico.

– Non sai di cosa parli, – disse Vivaldi.

Il detective fece un sorso e rimise la tazza sul tavolo.

– Hai il coraggio di sospettare di un tuo consulente?

La cameriera li interruppe. Aveva la treccia bionda che le scendeva sulla spalla. Prese l’ordinazione: – Ditemi pure –. Malcolm voleva una brioche, Vivaldi dei biscotti e un succo d’arancia. La cameriera scrisse sul taccuino, sorrise in maniera accentuata a un ragazzo all’ingresso.

– Ti hanno trovato in casa pezzi di un uomo. Non hai assolutamente idea di chi siano. Non ci sono segni di effrazione. Dici che nessuno aveva le chiavi del tuo appartamento. Ti sembra così anomalo che qualcuno sospetti di te?

– Non ho un movente.

Malcolm sorrise. – Tuo fratello è qui da molti giorni?

Nella mente di Vivaldi iniziava a farsi spazio un’idea. Mordecai era l’unico ad avere le chiavi oltre lui. Le sue, lo psichiatra, la teneva in tasca, non la lasciava in giro. Suo fratello era l’unico ad avere accesso alla casa in sua assenza, e quel giorno era stato a ***, gli aveva detto, chissà da quando. Mancava il cadavere. Il movente. Ma suo fratello, pensava Vivaldi, chissà quanti contatti aveva in città. Poi c’era la storia della chiamata su Skype. Era importante per il tempismo con cui era venuta fuori: la sera stessa del ritrovamento, dopo che lui era stato fuori per una settimana. Non poteva non prenderla in considerazione. Chi aveva fatto quella chiamata doveva sapere dell’allontanamento, conoscere le abitudini della famiglia.

– Mordecai è stato qui per molto tempo? – chiese Malcolm.

Arrivò la colazione. Il detective iniziò a tagliare la brioche.

– Mordecai è stato a *** solo la sera del ritrovamento, per quel che ne so. Ero via. Non ne ho idea –. Vivaldi bagnò le labbra con il caffè. – Non è in grado neanche di guidare perché ha paura di fare male a qualcuno.

– Ne sei sicuro?

– Certo –. Si guardarono storto. – Ce l’hai con mio fratello perché ha avuto una relazione con… Eri un marito di troppo.

Malcolm sbarrò lievemente gli occhi. – Mordecai era l’unico ad avere accesso alla casa. Me lo stai dicendo tu. E dici che non c’eri, non ci sei stato, non sai nulla di questa storia. E nessuno oltre te e lui ha la chiave, è ovvio che la seconda ipotesi è tuo fratello. Sto facendo un ragionamento logico, ti pare?

Il detective prese ancora il caffè, fece un sorso. Mordecai non era un uomo che fondava le sue azioni sull’interesse, metteva sempre se stesso al secondo posto: prima venivano gli altri. Avevano litigato migliaia di volte. Lo psichiatra sosteneva che suo fratello dovesse svegliarsi; perché come poteva un uomo vivere se non nel culto dei propri interessi? Mordecai gli rispondeva che il suo unico scopo nella vita era ignorare i profitti, che così sarebbe stato in grado di essere felice, senza aspettative, voglia di conquista, avrebbe vissuto per le emozioni, solo per loro, in una lunga traversata.

– Sai meglio di me che senza un cadavere è difficile fare le indagini, – disse Vivaldi.

– Quando arriveranno i risultati della scientifica avremo un quadro più chiaro –. Malcolm mise il caffè sul tavolo. – Ci hanno assegnato il caso perché sei un nostro collaboratore. Gli ho fatto credere che il delitto possa essere legato a un’indagine.

Non poteva essere coinvolto suo fratello: gli rimpallava solo questo nella mente. Mordecai era l’uomo più docile del mondo. Non sarebbe stato fisicamente in grado di uccidere una persona. Per ammazzare ci vuole ferocia, violenza. Erano sempre stati insieme, in particolare dal viaggio dall’Italia, da quando a quindici anni avevano deciso di abbandonare l’Abruzzo per fuggire dal padre e di raggiungere a *** la zia, che li avrebbe accolti e cresciuti come figli. Non avevano avuto un’infanzia felice. Ogni volta che la sua mente ripensava a quei giorni gli passava un brivido lungo il corpo, come un serpente gelato che attraversa la pelle e non riemerge mai. A Vivaldi tornava in mente il momento in cui avevano deciso di scappare. Mai aveva avuto a che fare con un errore di Mordecai. Era Vivaldi il disastro, quello che aveva avuto tre mogli, il soggetto poco raccomandabile da dieci anni senza più amici. Eri tu l’incompreso, a giusta ragione, ma ora eri chiamato a una cosa straordinaria, che mai avresti potuto immaginare: la responsabilità di portare avanti un segreto che ti costernava, un dubbio sulla colonna della tua famiglia, una pulce infilata negli spazi più certi della mente. A sfoggiare sicurezze erano buoni tutti con un fratello come Mordecai. Ma ora? Ora che non si poteva che sperare che non fosse stato lui?

– Non posso che dirti di rimanere a disposizione, di non allontanarti da ***, finché qualcosa non verrà scoperto.

– Come vuoi, – disse Vivaldi.

La cameriera tornava con la brocca del caffè, sorridente. Era bella. Il sole le rendeva gli occhi più chiari, quasi verdi, da un marrone che aveva dei riflessi smeraldo nascosti. Aveva un’espressione solare, forse per il ragazzo che continuava a osservarla e stava seduto al bancone. Vivaldi vagheggiava sulla cameriera, che sembrava non avere più di venticinque anni. Immaginava che se non ci fosse stato il detective avrebbe potuto, come spesso accadeva, avvicinarsi al suo orecchio e dirle che era particolarmente bella, quel giorno.

– Professore, oggi abbiamo la crostata di mele.

IRRUZIONE DI CINQUE UOMINI ARMATI IN UNA SALA DA CAFFÈ A ***

Entrarono cinque uomini. Il primo aveva la barba, le orecchie lunghe che emergevano dai capelli, ispidi. Un grumo rosso si stagliava vicino all’occhio destro e lasciava uscire un rivolo di sangue. Indossava una tuta, lanciava scintille; un rigo attraversava la gamba sinistra, di grasso di auto o di qualche arnese per il lavoro nei cantieri. Aveva lo zigomo tumefatto. Entrò per primo. Urlò di stare zitti. Nel locale fecero finta di nulla. Lo ripeté forte. Stavolta lo ascoltarono. L’uomo tirò fuori una pistola. Afferrò per il fianco una donna seduta vicino all’ingresso. La gettò tra le sue braccia, mentre teneva la pistola puntata a turno agli angoli del locale. Gli altri quattro tirarono fuori le armi e si apprestavano a fare irruzione, dopo avere guardato che in strada non ci fosse nessuno pronto a intervenire. Il secondo uomo era grasso, occhi incavati, carnagione scura, i baffi, pochi capelli. Gli altri due sembravano gemelli. Quelli fuori dal locale alzarono lentamente le pistole. L’uomo con la donna sul petto si voltò verso lo psichiatra. – Professore, ci deve seguire.

Vivaldi non ebbe reazioni. Gli venne da guardare Malcolm, che era rimasto immobile. Gli venne da pensare al suo archivio personale, una gigantesca fonte di informazioni. Il detective fece scivolare la mano sotto al tavolo, rapido come un felino. Si sentì il bottone della fondina fare un click appannato dalle dita di Malcolm che sgattaiolavano dentro per afferrare il calco della pistola e mettere l’indice sul grilletto senza estrarla e far accorgere di nulla chi gli stava attorno. Vivaldi continuava a esitare. Non aveva idea di cosa potesse fare il detective. La sala era piena. Era rischiosa una sparatoria con cinque uomini. Lo spazio era poco. Loro sembravano increduli per ciò che stavano facendo. Sarebbero stati pericolosi. Vivaldi lo aveva intuito. Probabilmente Malcolm prima di lui.

– Allora, professore? – disse l’uomo.

Vivaldi si alzò dal tavolo. Si vide in pericolo. Perché avrebbero dovuto sequestrarlo? Non era così ricco. Gli tornò in mente il nome di quell’uomo, dall’archivio, il suo archivio. Si chiamava Vasyl, come la persona descritta nella chiamata su Skype. Era di origini ucraine. Vasyl era stato un combattente, con Malcolm lo avevano indagato per una serie di omicidi. Era un uomo che Mordecai conosceva da tempo, da un’inchiesta giornalistica di dieci anni prima, un sicario: Vivaldi lo aveva saputo a una cena da suo fratello stesso. Era forse lui l’uomo che Mordecai aveva incontrato a *** prima di presentarsi a casa sua?

Il detective era fermo, continuava a toccare il grilletto. Vivaldi iniziò a ricordare; era una cosa che non faceva spesso. Ma in quel momento, in cui la sua vita sembrava avviarsi a una fine inaspettata, tornava indietro. Aveva immaginato di morire in una villa dalle pareti e le finestre bianche, di marmo, sulla costa italiana; avrebbe messo i suoi libri in bella vista, per celebrare l’opera della sua esistenza; avrebbe messo degli enormi registri in grandi scaffali che racchiudevano l’archivio, di pazienti, rassicurati, guariti negli anni della sua carriera da psichiatra; avrebbe avuto una vista meravigliosa, tra piante alte e mare a specchio. In quel momento, Vivaldi sentiva di stare per perdere tutto questo. Ebbe allora un sussulto d’orgoglio, una reazione violenta: un emozionante «collasso».

IRRUZIONE NELLA SALA DA CAFFÈ A ***, ESCLUSA LA PISTA DEL TERRORISMO INTERNAZIONALE

Fu travolto da una randellata alla nuca. Sdraiato a terra rimase con gli occhi sbarrati, scandiva il tempo con gli ansimi, tornava in apnea; gli altri lanciavano le mani in testa, con le labbra bianche, gli occhi socchiusi. Vivaldi si alzò con fatica, si teneva il petto. Tossiva. Zoppicava con la sinistra, poi metteva la destra. Stava chinato. Faceva dei respiri corti. Ogni tanto ansimava. Si rialzava con la schiena e andava giù, sollevava di un centimetro la spalla e rimetteva basso il braccio, stava chino con la testa e mandava gli occhi in alto.

La folla iniziò a urlare e cercare riparo tra i tavoli, mentre qualcuno si feriva per conquistare uno spazio. L’uomo grasso cadde sbilanciato dal peso di un ragazzo che gli svenne addosso mentre la pistola gli cadeva a terra: rimbalzava, era un rumore secco di ferro che appena si poteva udire viste le urla che adesso si erano alzate come un concerto. I gemelli puntavano la pistola a destra e a sinistra. Vasyl vide Malcolm che estraeva l’arma. Notò l’inarcarsi della spalla prima che il detective superasse il tavolo dietro con la pistola in posizione per poter aprire il fuoco. A Vasyl partì un colpo, d’istinto. Malcolm non ci pensò su. Vide che l’uomo era senza controllo e mirò al petto. Lo uccise. Al cuore. Il proiettile gli attraversò i ventricoli. Il cuore smise di battere dopo essersi gonfiato. Il colpo fece schizzare il sangue all’esterno, che andò sbattere violento sulla faccia della donna in ostaggio. Vivaldi si accasciò, incredulo per essere ancora vivo, dopo avere preso il colpo volante di Vasyl nella carne. Capì che tutto stava finendo, che il sequestro era fallito. Lo capì dalle urla: dal concerto delle urla che andavano scemando. I due gemelli e gli altri iniziarono a correre urlando cose nella loro lingua.

Vivaldi aprì gli occhi. Di fronte, tra i piedi e i gemiti degli ospiti del locale, intravedeva la guancia sanguinosa della donna che era stata presa in ostaggio da Vasyl. Il sangue gocciava, e si spargeva fino all’ingresso della sala da caffè.

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